CALOGERO ANTONIO PINNAVAIA

" PETRU FUDDUNI "

 

PREMESSA

  • Impresa ardua appare quella di ricostruire la figura di Petru Fudduni, personaggio di non facile interpretazione, che non solo è stata fonte di tradizioni popolari che ancora oggi non si è esaurita a distanza di oltre tre secoli, ma che ha saputo meglio tratteggiare i costumi di un’epoca ormai remota, con sorprendente nitidezza di colori e fedeltà di avvenimenti.

    Fudduni non solo ha dato vita a diverse tradizioni, ma anche e soprattutto perché, riflettendo alla sua figura, emergono svariate interpretazioni circa il significato dell’arte popolare, traspare la voglia irrefrenabile di salvaguardare un personaggio capace di incarnare lo spirito popolare, i suoi malcontenti e la sua creatività; cresce maggiormente la necessità di analizzare la sua opera, per poterne cogliere il significato più completo, non soltanto nel suo contesto storico, ma anche in quelli socio-politici, culturali e religiosi.

    "La Rosalia" di Petru Fudduni, infatti, è una felice occasione per sostenere un esame particolareggiato sulla religiosità popolare e per tentare alcune verifiche circa la vicenda di santa Rosalia ed i suoi rapporti con la città di Palermo, circa l’Autore, la sua storia e di suoi interessi, riguardanti la sua teologia e la sua spiritualità.

    Il saggio di C. Scordato, Petru Fudduni e il poema epico "La Rosalia", rivolge inizialmente la sua attenzione a Pietro Fullone, autore del nostro poema epico. Nella prima parte "Alla ricerca di Petru Fudduni", egli affronta i nodi della questione fulloniana.

    Chi era Pietro Fullone? Era egli poeta senza lettere, ha mai scritto qualcosa, era veramente il paladino degli umili e degli oppressi, uomo dalle molte stramberie e osceno? Dopo un attento esame viene fuori, sorprendentemente, una figura assai complessa.

    "Cavatori di pietra" (I Pirriaturi)

    Umile pirriaturi e lavoratore della pietra, Petru Fudduni ebbe pure a frequentare gli ambienti nobili della città; non era letterato di professione, scrisse però innumerevoli poemi; visse pure una giovinezza scapestrata, ma ebbe modo di cantare la vanità delle cose. Nella seconda parte "Petru Fudduni alla ricerca dell’uomo", Scordato tenta di ricostruire la fisionomia di questo personaggio emblematico del ‘600 palermitano. Fin dalle sue prime opere si delinea la figura di un uomo che cerca di scavare nel profondo la verità dell’uomo; se la dissipazione della giovinezza gli ha fatto toccare l’appariscenza della scena umana in tutti i suoi aspetti nudi e crudi, la svolta della sua maturità gli ha consentito di far tesoro del grande bagaglio di vita vissuta per tramutarlo sapientemente in una sorta di testamento spirituale destinato alla sua gente che tanto egli amò e da cui fu altrettanto amato, trascinandosi questo vivo sentimento fino ai nostri giorni.

    Ma che cosa ha spinto il popolo siciliano a bere alla sua fonte, rinfrescando le mille voci che hanno concesso la trasmissione orale di quelle "ottave", oggetto di tante sfide poetiche, e che hanno permesso di farle giungere fino a noi, con sorprendente fedeltà? O, ancora, quelle frasi quasi scolpite, rimaste indelebili nel tempo, che si tramandano in eredità, come dei veri tesori, alle generazioni future perché non si disperdano. Una fra mille, che voglio ricordare per il suo sottile significato, è quella assai nota: "A me casa cumannu iu, e di sutta ‘u lettu ‘un nesciu!", oppure, con una variante di maggiore efficacia: "Me muggheri s’havi a mettiri a ginucchiuni e cu’ la testa a buccuni, si voli parràri cu’ mia… ca mi nni staju ccà, sutta ‘u lettu!"

    Non c’è altro poeta popolare in Sicilia che possa vantare una notorietà più vasta di Petru Fudduni, che seppe meglio interpretare e sapientemente descrivere lo spirito della sua gente, con cui s’identificava, condividendo gli stessi malcontenti, nell’attesa o piuttosto nella vana speranza di un futuro migliore per la Sicilia, da secoli dominata e seviziata dallo straniero, assaporando con loro quelle brevi gioie e soffrendo i drammi quotidiani di una vita meschina, di sofferenze e di miserie, in un’epoca assai infelice della storia.

    La sua fama poggia sui tanti e tanti aneddoti che diedero origine alle proverbiali sfide, e che lo videro quasi sempre trionfatore sull’avversario, riscattando così i deboli e i derelitti che lo avevano eletto loro paladino, a difesa dei soprusi della miseria umana. Lo hanno messo a gareggiare col Veneziano e con poeti noti o sconosciuti di quel tempo che venivano a sfidarlo da ogni parte dell’isola; abati, capitani di marina, stranieri, nobili e popolani.

    La leggenda nacque intorno al tagliapietre mentre era ancora in vita, in quanto c’erano già tutti gli elementi per immortalare la fama del personaggio: un figlio del popolo che canta nella lingua del popolo, dal quale prende gli atteggiamenti, il realismo boccaccesco, la religiosità, la tendenza a moraleggiare – la rivalsa, per quanto a parole, per quanto momentanea, contro le classi così dette superiori, considerate nemiche del ceto umile – il godimento per la umiliazione di letterati vinti da un poeta che nulla doveva alle lettere, alla cultura e tutto alla spontaneità, alla natura; l’orgoglio di sentirsi tra i diseredati e la perseveranza nella propria classe, pur tra gli insperati onori. Ce n’era d’avanzo perché il popolo prendesse questo suo figlio a simbolo della propria spiritualità e della continuità di uno stato d’animo che solo oggi tende a superarsi, a scomparire.

    Petru Fudduni quindi si trova dovunque a tenzonare; solo il Cieco di Spaccaforno viene a trovarlo a Palermo, ma gli altri poeti li va a cercare lui stesso di paese in paese, dove lascia costante memoria di sé; così Fudduni ha una continuità di esistenza che va dal Veneziano al Meli e che lo fa incontrare con il Passalacqua, con il D’Avila, con lo Stivala, con il Pavone, con il dotto di Tripi, con Lu Vuiareddu di La Chiana, con il Cieco e con tanti altri poeti dotti e indotti che ebbero fama tra il popolo. Queste continue sfide poetiche che avvenivano in diversi punti dell’isola gli procurarono fama e leggenda; gli appropriarono aneddoti che furono o dovettero essere d’altri.

    Un tale, una volta, incontrandolo, gli domandò: - "Qual’è ‘u megghiu muccuni?" – "L’ovu" – gli rispose quello, e tirò avanti per la sua strada. Dopo alcuni anni, tornando i due ad incontrarsi, e: - "Cu chi?" – volle sapere il primo. – "Cu’ ‘u sali" – rispose all’istante il Poeta.

    Come si sa, l’aneddoto che, vero o creato, vuole dimostrare una sbalorditiva forza di memoria, addirittura viene attribuito a Dante. (G. Papini, La leggenda di Dante; Lanciano 1910 pp. 52-53).

    Giuseppe Pitrè, nel suo volume Studi di poesia popolare (vol. 3° della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane), dedicò buona parte del testo alla vita e alle opere di Petru Fudduni. Dopo uno studio approfondito, giunse alle seguenti conclusioni: "Il Petru Fudduni del popolo è un facilissimo improvvisatore, che manifesta in un verso solo ogni suo giudizio ed esaurisce in un’ottava interi concetti; l’altro, il Pietro Fullone, è invece un poeta di riflessione, che conosce ed adopera, come ogni altro letterato, la forma nobile e dignitosa".

    E’ possibile, ma non si hanno prove certe, che il Fudduni sia stato un soprannome datogli dal popolo e non piuttosto il suo vero cognome.

    "Iu su’ lu Petru chiamatu Fudduni"

    si legge in un canto a lui costantemente attribuito; e in un altro la variante:

    "Fudduni ‘un è foddi, né minnali"

    Nel nostro caso: "Fudduni", accrescitivo di "foddi", non ha nulla di offensivo e vorrebbe corrispondere al pazzerello, capriccioso, fantastico; e si dà a chi vive lontano dalla normalità, slegato dai rigidi schemi del conformismo. In ultima analisi, colui che vuol vivere in assoluta libertà, amministrarsi un’esistenza senza imposizioni di alcun genere; condurre un suo modus vivendi in piena armonia con se stesso, fregandosene del giudizio di altri. Oggi potremmo identificarlo in un incrocio tra un barbone, per la trasandatezza dei costumi, e un estroverso artista dell’improvvisazione, sempre preso (come posseduto) dal continuo evolversi della sua geniale creatività. E’ stato un eccellente cuoco che dal nulla ha saputo creare un menu di piatti dai sapori delicati al palato, gusti particolari, piacevoli, inimitabili.

    Petru Fudduni, arguto e pronto nello scioglimento dei "dubbi", diventa ferocemente mordace e a volte efficacemente boccaccesco, o meglio realisticamente popolare, quando si sente offeso nella sua dignità di poeta, di artigiano o di semplice uomo del popolo. Beone, crapulone, spendereccio, tutto consuma quanto ha guadagnato; né i suoi abiti hanno familiarità con la decenza, anche quando viene a trovarsi in presenza di personaggi di nobile classe, che lo accettano ugualmente pur di godere delle sue stramberie.

    E’ il poeta popolare tipico il cui carattere non si muta né per i molti onori ricevuti, né per sentirsi ammesso alla presenza di nobili e di dotti né per sapersi accolto tra i seri accademici "Riaccesi", né per vedersi alla presenza di belle donne, che giungevano persino ad adularlo. Il Fudduni sa di essere poeta e sa per esperienza di poter vincere quanti vogliono competere con lui. Sa che molto gli potrà essere perdonato, perché poeta, creatore e custode della sua stessa genialità, e molto egli osa perché lo sa. Quindi non ha peli sulla lingua e a ciascuno dice la sua, poco curandosi di luoghi e persone: religiosi e laici, nobili e plebei, accademici e poeti del volgo le accettano pacificamente e piacevolmente, restando il Fudduni sempre il trionfatore di ogni disputa, ritrovando in sé una sempre maggiore carica.

    La grande produzione poetica di Petru Fudduni, a volte, fa sorgere qualche fondato dubbio: come poteva un modesto artigiano, col giornaliero problema di sbarcare il lunario, accettare di competere costantemente con questo o con quell’altro sfidante poeta, all’arma delle sue affilate e pungenti ottave? Bisognerebbe, forse per assurdo, ammettere che non sarebbe stato difficile, per chiunque avesse voluto cimentarsi ad imitare lo stile di Petru Fudduni, ottenere dei buoni risultati ed attribuirne poi la paternità al vate palermitano; ciò che sicuramente sarà pure accaduto per il passato e che il tempo poi ha raccolto in un unico pastone.

    Ma chi gusta inizialmente il piccante sapore dell’astuzia di Petru Fudduni e la sottigliezza delle fulminee risposte non tradisce il palato, anche tra le mille e più false imitazioni. Difatti, il genio s’impone! Le opere lo immortalarono e, alla stregua di tanta innata modestia di "povero cavapietre, illetterato" come amava definirsi, lo elevarono, fra i suoi simili, sulle più alte vette della meritata fama. E se fu incoerente nei giudizi che riguardavano sé medesimo, altrettanto incoerenti furono quasi tutti coloro che di lui argomentarono e delle sue opere.

    Galeani Sanclemente e Vincenzo Auria, contemporanei di Petru Fudduni, non lo dimenticarono. Il primo, Piergiuseppe Sanclemente (pseudonimo di Giuseppe Galeani), medico molto noto nell’ambito di Palermo, nel suo libro: Le Muse siciliane sacre, spiffera un giudizio assai poco lusinghiero nei riguardi di Fudduni, dicendo: "Egli non hà in tutta l’età sua studiato giammai cosa alcuna, ò di humanità, ò di scienze, per essere stato forzato ad accompagnare la tenuità della sua nascita, e della sua fortuna con esercizij affatto lontano dagli studi, maneggiando invece di penna la bipenne. E pure l’hà dotato la Natura di memoria così grande, di facilità, e prontezza di vena così inesausta, e d’ingegno così spiritoso, e fecondo, che nulla sapendo più, che mediocremente leggere, e scrivere, hà composto infinite rime in lingua Siciliana, nelle quali si vede una franchezza di stile ammirabile, una sonorità di metro incredibile & una altezza di concetto, che in persona di un semplice idiota son di stupore à tutti, e son d’invidia à molti che gravidi di scienza non arrivano a lui". Il secondo, l’Auria, famoso soprattutto per i suoi Diari sulle vicende di Palermo, ha raccolto un volume di Canzoni siciliane di vari autori dei secoli XVI e XVII nel quale, oltre ad un componimento di Pietro Fullone sopra la pioggia avvenuta a Monte pellegrino il 16 aprile 1651, figura anche la trascrizione di una Canzone di Pietro Fullone Palermitano. In testa alla pagina, figura, con calligrafia veloce, la seguente scritta: "poeta senza lettere, ma di grande ingegno".

    Lo stesso si dica di Lionardo Vigo che, nella sua raccolta di Canti popolari siciliani, con sincera ammirazione dice che i versi del Fullone sono dettati "con squisito sapore di lingua, vivacità d’immagini, profonda moralità, vigorosa spontaneità". Ma non rimane coerente a lungo con questa sua affermazione perché, stranamente o mancandoci documentalmente il motivo, lo riduce a: "leggicchiare tanto da non sapere volgere in lingua pirriaturi o scrivere esattamente il proprio cognome". Al che fece eco Antonio Mongitore, il quale sentenziò: "Fullone ruditer legeret scriberetque". Poi, lo stesso Mongitore, nella sua monumentale opera Bibliotheca sicula, vol. II, riprendendo pedissequamente la testimonianza di Galeani, aggiunge altri preziosi particolari, oltre a presentare il primo elenco delle opere pubblicate di Pietro Fullone in numero di trenta, da: La Miseria della Vita humana. Poema in terza rima Siciliana – Palermo, presso Rosselli 1629 – a L’Arte Nautica e La Piscaria del 1669.

    "…In qualche tempo, anche quando era avanzato negli anni, diede la sua opera nell’arte del navigare presso le regie triremi di Sicilia…; meritò l’amore e il plauso di tutti i letterati e, accolto nell’Accademia dei Riaccesi, spesso produsse monumenti di ingegno con unanimi riconoscimenti di lode. Infine, non senza dolore e onore dei Letterati morì a Palermo il 22 marzo 1670 e fu seppellito nella Chiesa di S. Maria dell’Itria dei frati carmelitani".

    Giovanni Meli, che rimane il più qualificato poeta tradizionale di Sicilia, sia nel campo popolare che in quello dottrinale, nel suo capolavoro in ottava rima Fata Galanti, poema bernesco, Palermo 1759, offre una chiara testimonianza della notorietà acquisita dal nostro poeta popolare. Narrando della fiera alle falde del Parnaso, nella serie degli incontri fatti dall’artista c’è anche quello con Fullone, che egli immagina nella veste del caratteristico venditore di acqua con l’anice in piazza:

    Petru Fudduni pri ddù chianu chianu,

    girannu cu ‘na bozza picciridda,

    jìa banniannu cu li gotti ‘n manu:

    "Acqua cu lu zammù, chi l’àju fridda!"

    Jeu, quannu vitti lu me’ paisanu,

    l’abbrazzai, lu vasai ‘ntra na mascidda;

    iddu mi detti a biviri, e cuntenti,

    mi fici di li middi cumplimenti.

    Che il Meli abbia inventato, non vi è alcun dubbio, anche per il fatto che, essendo Petru Fudduni nato, vissuto e morto prima di lui, non poteva averlo né incontrato, né conosciuto.

    Ma ad un poeta è concesso immaginare oppure trasformare la realtà, come nel caso specifico aver preferito un venditore di acqua gelata ad un tagliapietre.

    Però, il ruolo assegnato dal Meli a Fudduni dispiacque al duca di Camastra che più volte si era occupato del poeta popolare, e alle sue rimostranze l’autore della "Fata" rispose: "Le dico ingenuamente che nell’impiego dato da me a Petru Fudduni di venditore d’acqua fredda non ho preteso tacciare le sue canzoni di fredde ed insulse, giacchè sono persuasissimo che fu un uomo di genio e superiore infinitamente alla sua poca cultura."

    Giuseppe Denaro, di origine catanese, noto per la sua incisiva comicità, si sostituisce per un momento a Petru Fudduni e per lui, alla buona memoria, così risponde al Meli:

    Acqua e zammù jeu vinnu pri campari;

    tu, Meli, di li vati lu cchiù fini,

    dimmi sinceru cu’ ti lu fa fari

    jìri pi strati a vinniri luppini?

    Alla morte di Petru Fudduni, avvenuta in Palermo, giustappunto il 22 marzo 1670, non il popolo solamente piangeva e si disperava per la scomparsa del loro protettore, ma illustri e dotti uomini diedero sfogo ai sentimenti manifestando, con parole e con rime dettate dalla spontaneità e semplicità dello stile popolare, il grande vuoto lasciato da un uomo tanto umile quanto ricco di virtù naturali.

    Nella "Raccolta Amplissima" di Lionardo Vigo, abbiamo tre ottave, la prima delle quali schiettamente popolare è una ripresa e una parafrasi dell’auto-epitaffio:

    "Ccu mannaretti, mannari e picuni,

    Petru ca di la petra facia rutta,

    n’ha ruttu petra stu Petru Fudduni

    ccu picuni a li mani e forza ‘ncutta!

    La conca d’oru è ‘nvisitata tutta;

    lu Petru nun ni stampa cchiù canzuni.

    Ni ‘ntagghiau petra stu Petru Fudduni,

    ‘na sta petra ‘ntagghiata sta di sutta."

    La seconda è stata raccolta a Siracusa da Corrado Tamburino di Mineo, inviata al Vigo, è pure schiettamente popolare:

    "La ‘ngrata conca s’invisitau,

    ora ca Petru sutta petra jiu,

    Petru cu petra sempri si parrau,

    la stissa propria petra lu strudiu:

    La ‘ngrata morti cu l’arcu tirau,

    fu cumannata di l’eternu Diu;

    l’urtima petra ca Petru ‘ntagghiau,

    pri cummogghiu a la fossa cci sirviu."

    La terza è data come raccolta a Mussomeli da Paolo Emiliani Giudici, e sebbene mostri la sua origine popolare, ha tuttavia dei punti in cui si sente la rielaborazione letteraria:

    "E’ mortu Petru, ed è Palermu ‘n luttu,

    a lu sittanta di milli e secentu!

    Cianci Pauni, di Tripi lu ddottu,

    la Fata e li pueti a centu a centu!

    Apollu stissu lu liutu ha ruttu,

    cui lu manìa cchiù lu so strumentu?

    Campau affamatu a lu stremu riduttu,

    abbattutu di sciauru e di ventu."

    -o-

    Petru Fudduni nacque a Palermo all’inizio del 1600 (quasi certamente la data più esatta è quella del 1604). Il padre Alfio Fullone di Pietro, originario della provincia di Catania, sposò la giovanissima palermitana Ninfa Tuzzolino, da cui ebbe nove figli, due morti prematuramente. Dei sette rimasti: quattro maschi e tre femmine, Petru fu il terzo. Venne battezzato nella cattedrale di Palermo, dopo quattro giorni dalla nascita, e gli furono messi i nomi di Pietro Carmine. La sorella più piccola, Cristina, morirà nel 1624 di pestilenza, che avrebbe sfagellato la città, seminando ovunque morte e paura, fino alla sua scomparsa, avvenuta solamente l’anno successivo, venendo a coincidere con le prime grandiose celebrazioni in onore della Santuzza Rusalia, che finalmente era riuscita a debellare il tremendo morbo. Ianu, il fratello maggiore, pirriaturi, tre anni prima aveva perso la vita nel crollo di una miniera di pietra dell’Acquasanta, con altri due compagni, lasciando la vedova e i due figli in tenera età a carico del padre Alfio.

    Sicuramente Petru, ancora carusu, dopo la morte del fratello, sarà stato "affittato ai mastri" per pochi quattrini, che facevano sempre comodo per alleviare le sofferenze economiche della numerosa famiglia. "Picciutteddi o carusi" erano ragazzi tra i dieci e i sedici anni impegnati nelle pirriere. Solitamente avevano il compito di pulire con la zappa il "quadro" (fazzoletto di terra di ca.50 metri quadrati) e di raccogliere il terriccio accumulatosi attorno, terriccio che trasportavano a spalla con i "carteddi" di viria d’olivo e che andavano a svuotare nella discarica accanto, una vecchia cava esaurita. Domani sarà un giardino fertile di agrumeti, e di limoneti in particolare.

    "Le cave di pietra dell'Aspra"

    All’alba come tanti cirenei, "sul collo recando i sacri arnesi", come direbbe il Parini, i "mastri pirriaturi e i carusi" si riuniscono silenziosi pensando alla fatica del nuovo giorno. Li attendono le pirrere a cielo aperto di Torremuzza, di Solanto, di Mondello, di Carlo di Patti, di Campofranco e dell’Olivella. Volontari ai lavori forzati, stanno a scavare tutto il santo giorno curvi dentro una cava, mentre i carusi corrono su e giù, avanti e indietro con la "cartidduzza" piena di "sterro" e di "mazzacani", per quattro soldi, arsi sotto il sole cocente o infradiciti sotto la pioggia.

    A volte, da quei fossati si leva un coro del loro canto di miseria e disperazione, a cui il nostro Poeta si sarà associato.

    CANZUNI DI PIRRIATURI (anonimo)

    Mi nni scinnu a lu travagghiu,

    lu travagghiu suttirraniu:

    bedda mia, tu sji lu raggiu

    di lu suli e arresti ‘n chianu.

    Iu la radica e m’internu

    p’arricogghiri l’umuri:

    tu sji l’arvulu supernu

    ca fa pompa di li ciuri.

    Iu surdatu a la trincera,

    la trincera dulurusa:

    tu c’arriri la bannera

    di la patria vitturiusa.

    Ni sta tomba ca mi ‘nchiuri,

    ca mi ‘nchiuri la balata:

    iu lu corpu ca si struri

    e tu sji l’anima sarvata.

    Ma la chiamu sorti unita,

    ummira e suli, jornu e notti:

    iu la morti di la vita,

    tu la vita di la morti.

    F. Azzarello riferisce di una "Confraternita di Maria SS. Delle Grazie ai Pirriaturi", fondata nel 1557 e avente sede nell’omonima chiesa in via, oggi vicolo, Pirriaturi, nel quartiere del Capo a Palermo. La Confraternita trasse origine dalla "maestranza" dei lavoratori delle cave di pietra, pirriaturi che, secondo la consuetudine del tempo, si riunivano in forma corporativa ed avevano tutti abitazione nella stessa strada al fine di poter essere facilmente rintracciati da coloro che potevano richiedere le loro prestazioni.

    Ogni maestranza era retta da un console e da consiglieri democraticamente eletti. Il primo – come osserva il La Mantia – oltre ad avere la rappresentanza della associazione, "era giudice nelle differenze che sorgessero relativamente al mestiere, e assieme a due consiglieri determinava l’ammissione o non dei nuovi apprendisti; presiedeva alle adunanze, ai riti, alle cerimonie, amministrava i fondi".

    Ogni maestranza o corporazione operava in una contrada, in una via, in un vicolo o cortile della città, aveva il suo santo protettore, la sua chiesetta o oratorio nonché usi e costumi particolari

    I pirriatori erano molto legati al culto di san Giuseppe, particolarmente a Bagheria, e di Maria SS. Delle Grazie a Palermo, come si è detto. Nel "Ruolo delle Maestranze" per la processione del giorno 15 agosto 1776 dell’Assunzione di Maria Vergine, disposto d’ordine dell’ecc.mo Senato Palermitano, Grande di Spagna di prima classe, si cita anche "il cereo delli Pirriatori". L’abito dei confrati, sostiene N. Bertolino, "è celeste con bordi rossi e reca al centro la placca con l’immagine della Madonna delle Grazie".

    Alcune disavventure giovanili e non solo amorose lo porteranno poi a lavorare forzatamente nelle regie galere. Apprenderemo inoltre che Petru alternò il lavoro iniziale di pirriaturi a quello della navigazione nelle triremi del Regno, dedicando ben due Capituli all’Arte Nautica.

    "Cantu cummossu di fraternu amuri

    Di la mia tarda età li vecchi anni

    La vita di l’amaru piscaturi."

    L’attenzione di Petru Fudduni si rivolge con autentica partecipazione e commozione al mondo dei pescatori, persone provate in mare perché esposte ai venti, e disprezzate in terra, perché il loro lavoro dipende dalla incertezza delle stagioni. Il componimento raggiunge punte di alto lirismo, ma soprattutto lascia intravedere la grande sensibilità dell’autore.

    "Arti di mali nati veramenti

    Stintata miserabili, ed afflitta

    Chi funda li pinzeri a l’acqua a ventu

    Suttaposta a la perdita, a la sditta."

    Nel 1647 avrà sicuramente partecipato ai nuovi moti a ripetizione contro gli spagnoli, che videro protagonista quel Giuseppe D’Alesi, capo popolo per caso (come a Napoli fu Maso Aniello), che ne assunse il comando con uno strano appello ("Popolo, feccia del mondo, chi sarà che ti guidi?"), aizzando le masse inferocite per la totale mancanza di pane, perché una terribile siccità si era abbattuta sui campi in quell’anno. Si assistette ad uno spettacolo di abbandono e di desolazione materiale e morale, aggravato da rivolte scoppiate qua e là nell’isola, e alimentate dalla voce che il grano c’era ma si teneva nascosto. A Palermo, un feroce malandrino, Nino La Pelosa, aveva creato gravi disordini, sollevando il popolo affamato e atterrendo la città con furti e assassinii. L’abolizione di certe gabelle aveva riportato la quiete, ma aveva fatto affluire nella città la gente di molti paesi vicini e lontani, che si calcolava fossero oltre le diecimila persone. Ben presto la situazione precipita per il rincaro del pane che spinge il popolo affamato alla rivolta, che scoppia il giorno dell’Assunzione, e viene capitanata subito dal D’Alesi, le cui intenzioni sono rette, e il suo agire disinteressato: vuole il bene del popolo e il pane per tutti, senza spargimento di sangue, senza violenza e furti e rapine. Ma il primo delitto macchia le buone intenzioni. Giuseppe uccide un certo Pietro Pertuso che voleva togliergli il comando. Da quel momento la testa dell’ucciso diventa l’insegna della rivolta che è come la malattia di una città, e "chi ne era a capo non si accorse in tempo delle cause che dovevano produrla o, riconosciutele, non vi apportò le cure necessarie".

    "L’uomo allo stato di natura, in possesso della sua salute, guerreggia, non si rivolta: la rivolta è l’effetto di uno stravizio sociale, ed in genere ne è sempre colpito il popolo, perché esso è l’organo più strapazzato del corpo della società."

    Ben presto le cause anormali si manifestano. La folla anomala ed eterogenea, pur frenata dalla severità e dalla fermezza di Giuseppe D’Alesi, anela al saccheggio, e qualcuno, servendosi del suo nome, compie veri e propri atti di pirateria. Né il D’Alesi ha l’animo e la tempra del vero capo. Capo popolo per caso, Giuseppe ama vivere con la folla "che era avvezza a soffrire e a tacere", e che ora lo circonda fiduciosa nel suo operato nell’interesse dell’intera comunità: quella stessa gente che forma "quei brandelli di umanità che hanno così pochi legami con la società; gente che sembra prendere il bene e il male, il dolore e la speranza, i castighi e i benefici, direttamente dalle mani di Dio (concetto questo che sarà espresso da Pietro Fudduni nelle rime composte in occasione di questi tristi eventi del 1647: "Palermu affamata di pani"), e perciò non ha da maledire o da ringraziare nessuno".

    Intanto, i preti "correvano da un punto all’altro, levando in alto il Crocifisso per spaventare i rivoltosi, o lo tenevano sulle porte dei conventi invece dell’artiglieria"; l’alto clero, chiuso nel palazzo del Sant’Uffizio, pensava in che modo avrebbe potuto rendere "qualche servizio alla Corte di Spagna". Anche i nobili tremano, e il loro parere è quello di tirar le cose per le lunghe e prendere tempo, "fino a quando gli animi non si fossero calmati."

    Tutto questo mentre i primi dissidi scoppiano tra la folla: i pescatori sono ostili infatti agli orafi e ai conciatori, credendoli preferiti da Giuseppe D’Alesi. Il quale, intanto, per placare il popolo ed avviare a soluzione la sommossa convoca, nella chiesa di San Giuseppe, il senato, i nobili, gli inquisitori, il giudice della Monarchia, "per promulgare i nuovi capitoli in nome del popolo". Erano ad attenderlo, tra gli altri, monsignor De Cameros ed il temibile inquisitore Trasmiera. Mentre i nobili cercano di cattivarsi la simpatia del popolo, il subdolo monsignor Trasmiera convince il vicerè ad approvare i nuovi capitoli: "Approvandoli, si leva di mezzo la ragione della agitazione; si toglie ogni forza viva alla rivolta, ma questo non vuol dire che una volta approvati si debbano poi mantenere in eterno."

    Mentre il D’Alesi esita, Monsignor Trasmiera compie la sua opera proponendo al popolo che, ai capitoli già ratificati, se ne aggiungano altri per "offrire quelle garenzie che maggiormente potranno rendere durevole e generale la pace". I due capitoli sono un tranello: si proponeva la nomina del D’Alesi a sindaco perpetuo della città, e di suo fratello a maestro razionale.

    L’impressione è negativa. La folla rimase immobile, silenziosa. Mentre i nobili e i senatori sorridenti approvavano con ampi cenni del capo, avendo intuito con quanta magistrale arte l’infido inquisitore Trasmiera ("con i denti serrati, lo sguardo sempre fisso davanti a sè, impenetrabile, quel suo pallore olivastro del viso che lo aveva reso temibile alla vista degli stessi collaboratori e dei suoi pochi amici) aveva tessuto abilmente la trama della "insidiosa e mortale ragnatela".

    Il tranello ben congegnato ha funzionato. Mentre D’Alesi accetta, dalla Kalsa i pescatori protestano contro il capo popolo che volentieri ha accolto la nomina a sindaco di Palermo, con uno stipendio di duemila ducati. Le voci maligne si fanno sempre più insistenti, e altre se ne aggiungono: che D’Alesi se la intende coi francesi. Erano queste le voci più pericolose, perché "partivano dei segreti conciliabili che si erano tenuti nel palazzo dell’Inquisizione". Giuseppe ora è afflitto dai suoi stessi pensieri; lo assale il dubbio su tutte le cose che aveva fatto e su quelle che doveva fare; non sa con chi potersi confidare e prende coscienza di essere ingenuamente caduto nella rete dei suoi oppositori e nemici. Evidentemente tutto questo lo rende preda assai facile dei nobili e dei preti che si mescolano ai pescatori della Kalsa: in testa sono monsignor De Cameros e il perfido monsignor Trasmiera, che ha preso vigoria e assapora il gusto della imminente vittoria, mietendo amara zizzania tra la gente della corruzione e del tradimento di Giuseppe.

    Tale calunniosa imputazione (infamante per un siciliano d’onore essere accusato di tradire i suoi compagni) coglie di sorpresa il povero e troppo ingenuo D’Alesi; a cui giunge pure notizia che il fratello Francesco è stato barbaramente ucciso. Invano egli cerca di scuotere il popolo della Conceria, ma nessuno più si muove e non dà credito alle sue parole di riscatto e vendetta. In silenzio e senza lasciare traccia, come da millenni nascono e muiono fatti grandi e piccoli di Sicilia, si dissolve l’epica figura di Giuseppe D’Alesi, un uomo sincero e capo popolo per caso.

    Noi troveremo traccia di questo storico personaggio nella raccolta di rime che Petru Fudduni compose circa gli avvenimenti avvenuti a Palermo, nel corso dei suoi settant’anni di vita vissuta, e che sono indicati sotto il titolo: "I vintitrì scaluni di la Vuccirìa", e dove si fa riferimento ad altrettanti fatti drammatici o di semplice curiosità cittadina, sulla falsa riga dei "quaderni" del marchese di Villabianca.

    E per finire, la grandezza di Petru Fudduni assume proporzioni gigantesche con le opere su Santa Rosalia (‘a santuzza), prima fra tutte "La Rosalia, poema epico", commissionata dallo stesso Senato Palermitano, che l’Autore realizzerà quasi al tramonto della sua esistenza, col massimo impegno della sua genialità, quasi a volersi riscattare e prevalere, nel contempo, ad artisti del suo tempo che si erano già espressi in altri settori.

    Al riguardo, c’è una curiosità storica che non vorrei tralasciare di dire: il rammarico del Fullone di non avere ricevuto incarico per la realizzazione di una sola delle opere in marmo, commissionate dal Senato palermitano ad alcuni "marmorari" contemporanei del "pueta e pirriaturi" in occasione di solenni festeggiamenti in onore della miraculusa santuzza Rusulìa, acclamata Patrona di Palermo, per aver liberato la città flagellata dalla peste, per diffusione da contagio dei passeggeri sbarcati dal vascello della redenzione dei cattivi (riscatto dei cristiani prigionieri degli infedeli), proveniente da Tunisi e giunto nel porto di Palermo il 7 maggio 1624.

    h28 giugno 1625, il Senato di Palermo dispone il pagamento di onze 70 a Gregorio Tedeschi "marmorario" per la realizzazione "unius tabelle et statue sive figure…Sancte Rosalie apponende in mayori panormitana ecclesia". Lo stesso scultore realizzò, nello stesso anno, la statua di marmo di Carrara, raffigurante santa Rosalia distesa, che oggi si trova nel Santuario di monte Pellegrino;

    h31 luglio 1625, il Senato di Palermo dispone il pagamento di onze 40 a favore di Giacomo Cirasolo,"marmorario" per la costruzione di quattro colonne di "pietra misca" da collocarsi nella cappella di santa Rosalia sul monte Pellegrino;

    h 1 agosto 1625, il Senato di Palermo dispone il pagamento di onze 10 a completamento di onze 80 dovute a mastro Francesco Ferrara "marmorario", per un’opera da farsi nella grotta di santa Rosalia sul monte Pellegrino.

    Tre incarichi dati quasi contemporaneamente a tre differenti artisti avranno mandato su tutte le furie quell’irascibile Fullone, che si era offerto generosamente di realizzare un’opera in onore della santuzza, senza chiedere alcun compenso per il suo lavoro e, alla fine, di essere stato ignorato completamente.

    Petru, come tanti altri, si sente coinvolto a dare un modesto contributo per le sue possibilità. Non mancano infatti luminosi esempi di abnegazione e spirito di sacrificio, da quello del medico Mario Rizzo che si offre di servire gratuitamente gli ammalati del lazzaretto "per servicio di Iddio" e della città, mettendo a repentaglio la propria vita all’altro, ancor più eclatante, considerato il "vissuto" del soggetto, della meretrice Leonarda Nicotra, che decide di espiare i propri peccati donando tutto ciò che possiede ai poveri e "pro maritagio unius orfane", servendo gli ammalati del lazzaretto "gratis et pro Deo et eius anima ac penitentia et remissione suorum peccatorum". E per tale pentimento ottiene grazia dal cardinale arcivescovo di Palermo, luogotenente e capitano generale del Regno, Giannettino Doria. Il Pretore don Vincenzo del Bosco, duca di Misilmeri, constatata la buonafede della meretrice pentita, il 31 agosto 1624 ha dato il suo consenso all’emanazione dell’atto di concessione per il quale la donna, se rimarrà in vita dopo il suo servizio al lazzaretto, potrà trascorrere il resto della sua vita nel "monasterium repentitarum" della città, ove potrà servire Dio.

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    LA SCIENZA E LA NATURA

  • Petru Fudduni pur essendo un cattolico credente, difficilmente lo si vedeva in chiesa ad assistere alle funzioni religiose, perché la presenza di "monaci e parrini" lo irritavano, specialmente dopo la clamorosa lite avuta con l’abate Caneabbaia, che non lo aveva soddisfatto per il lavoro commissionatogli. "A monaci e parrini" – era solito ripetere – "sintitici ‘a missa e stuccatici li rini! ".

    Malgrado ciò, un rapporto non proprio di amicizia ma di sincera cordialità lo legava al parroco della chiesetta del suo quartiere al Capo, certo padre Onofrio, suo coetaneo: soggetto estroso e irascibile, che poteva sembrare, per carattere e per comportamento, il fratello gemello del nostro Poeta.

    Da circa vent’anni padre Onofrio era alle prese con la traduzione in latino della "Divina Commedia", che considerava il secondo Vangelo, e alla sera attendeva con devozione al lavoro che si proponeva di pubblicare e divulgare prima della sua morte.

    L’unico compagno dei suoi studi notturni era il fedelissimo gatto "Mattìa" che aveva pazientemente addestrato a tenersi tra le zampette una candela accesa. Se ne stava così l’animale immobile sul tavolo, accanto a padre Onofrio, sporgendo di tanto in tanto la linguetta per fare inumidire le dita al suo padrone, quando questi doveva sfogliare le pagine del manoscritto. Mai vista prima d’ora una cosa tanto sorprendente.

    Una sera assistette a questa scena Petru Fudduni, trovandosi a passare "per caso" dalla casa del prete e vedendo il comportamento dell’animale piuttosto strano e contro natura. Il parroco, orgoglioso dei risultati ottenuti col gatto, disse come, a volte, la scienza riesce a fare dei veri miracoli, modificando le rigide regole della natura, che si piegano davanti all’intelligenza dell’uomo.

    "Impossibile!" – replicò all’istante Petru Fudduni. La natura non potrà mai essere mutata, e la scienza s’illude di poterla dominare, perché la forza della natura è invincibile, e… "quando la forza con la ragion contrasta, la forza vince e… la ragion non basta!"

    Da qui ne nacque un’accesa discussione che si placò solo con la promessa, da parte di Petru Fudduni, della prova inversa che avrebbe fornito il giorno appresso. E così, la sera successiva, il poetà si ripresentò a casa di padre Onofrio e si sedette attorno al tavolo, assistendo alla stessa scena del giorno innanzi; il gatto serafico non si distraeva affatto e svolgeva la consueta funzione di "candeliere", dando sempre maggiore prova al suo padrone della sua incontestabile teoria: "la natura dapprima si domina e quindi si asserva" E mentre l’ingenuo parroco era intento a scrivere, Fudduni, non visto, uscì dalla tasca della giacca un topolino che si era portato appresso e che si teneva stretto nel pugno, liberandolo al bordo del tavolo. Il gatto, alla vista del topo, lasciò andare per aria la candela per corrergli dietro, con grande disappunto di don Onofrio.

    E Fudduni, con un ghigno sulle labbra: "Sempri ‘a natura è chidda ca vinci!".

    Don Onofrio, punto nell’orgoglio, pur non avendo tanta voglia di contestare (ma poi, che cosa avrebbe potuto controbattere davanti all’evidenza?), si limitò a dire: "Pirchì ‘un pigghi mugghieri e lassi ‘n paci li boni cristiani?" E Petru: "Pirchì ‘a fimmina è comu la ‘atta: cchiù l’allisci e cchiùssai ti gratta!" E mentre stava per andarsene, se ne uscì, con un’altra delle sue proverbiali frasi: "Maritati, maritati c’abbenti…avivi un pinseri sulu e ti nnì mittisti tanti". "Beddi cunsigghi ca si dunanu a ll’amici!". Poi, tirandosi dietro l’uscio: "Stativi in bona saluti, patri Onofriu."

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    DIO UNICO E SOLO

     

  • Un giorno, Petru Fudduni, ricevette uno strano invito. Un giovane prete era venuto a casa sua per comunicargli di recarsi la stessa sera presso il palazzo della Curia, in via Matteo Bonelli, dove lo avrebbe aspettato l’arcivescovo Martino De Leon-Cardenas. "Stranu ‘nvitu", pensò tra sé il Poeta. Vero è che da qualche tempo c’era stata tregua tra i due, ma che questo concordato di pace spingesse l’alto prelato ad accogliere Petru in casa sua non lo convinse affatto. E se non fosse stata per quella sua morbosa curiosità che lo rendeva costantemente inquieto, non ci sarebbe andato di certo. Ma lo sappiamo come sono gli artisti: estroversi e fantasiosi per natura, fanno tutto l’inverso di ciò che prima avevano pensato. E così, giunta la sera, bussò al portone del palazzo. Si affacciò sorridente lo stesso arcivescovo Martino, che gli diede le indicazioni per attraversare gli ambienti del palazzo e poter giungere fino alla sua stanza, avvertendolo di non calpestare l’immagine sacra di Gesù Cristo, semmai gli fosse capitato di rinvenirla lungo il percorso indicatogli.

    "Ccà, ‘atta ci cuva!" – dissi Petru a bassa voce, mentre schiudeva il portone d’ingresso. "Di tutti i santi chi ci stannu ‘n Paraddisu, propriu a chistu m’avivanu a mannàri pi farimi addannàri l’arma?". Si fece il segno della croce e cominciò a salire l’ampia gradinata che immetteva nei sontuosi saloni del palazzo. Li attraversò l’uno dopo l’altro finché non giunse, per ultimo nell’anticamera, che immetteva nella stanza dell’arcivescovo, e qui trovò il pavimento interamente coperto con un tappeto raffigurante il volto del Cristo Redentore, senza la minima possibilità di accesso. L’uomo ebbe attimi di esitazione. Il prelato se ne stava intanto ad osservarlo davanti alla porta, compiaciuto della situazione critica in cui aveva messo quel poveruomo. Ma Petru non si perdette d’animo, si tastò la giacca e, rasserenato in viso, si mise ad attraversare speditamente la sala, camminando sul tappeto, e calpestando l’immagine sacra.

    Giunto al cospetto dell’arcivescovo, questi lo ammonì e lo accusò di aver commesso grave peccato, oltraggiando il volto santo di nostro signore Gesù.

    E Petru Fudduni, per nulla scomposto, gli chiese: "Quanti Gesù ci su’, ‘ccillenza?" "Uno solo, naturalmente!" – replicò l’arcivescovo Martino.

    Prontamente quello estrasse dalla tasca interna della giacca un crocifisso e, mostrandoglielo, gli disse: "E allura è chistu, chi haiu iu."

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    L’INGEGNO UMANO

  • Sorpreso un giorno a rubare dei viveri nelle bisacce di un cavallo legato all’interno del cortile di una casa patrizia di via Alloro, Petru Fudduni venne preso dai servi e portato al cospetto del padrone di casa. Questi, volendogli evitare l’umiliazione di un processo pubblico e la condanna a soggiornare per qualche tempo in carcere, decise di infliggergli personalmente una severa lezione, che fosse di breve durata ma determinante per fargli scoprire la vantata saggezza del nostro poeta, dovendo trovare i mezzi necessari per la sopravvivenza, dato il periodo invernale che si stava attraversando. Infatti, il nobile escogitò di farlo rimanere un’intera notte sul terrazzo del suo palazzo, completamente nudo e, se fosse sopravvissuto ai rigori della stagione, il mattino seguente lo avrebbe lasciato andare libero. Dura prova questa che aveva dapprima messo in seria difficoltà Petru Fudduni, ma non per molto.

    Sul terrazzo vi erano molti vasi di fiori ad adornarlo; il segreto per resistere al freddo ora stava nel fatto di non rimanere inoperoso, e quindi fermo, anche per un solo minuto. Ed il nostro uomo passò immediatamente dal pensiero all’azione, trovando opportuna la soluzione, unica e sola, che gli si offriva senza alternative di altra genere. Incominciò a spostare continuamente i vasi da un lato all’altro del terrazzo, senza sosta e per l’intera notte. L’alba lo trovò sfinito ma… vivo. Ancora una svolta Petru Fudduni aveva vinto la sfida, conquistandosi la simpatia di un altro nobile ammiratore, che spesso lo ebbe suo commensale a tavola.

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    " PETRU FUDDUNI "

    VATE PALERMITANO

    (1600 – 1670)

    "Mi chiamanu Fudduni, ma foddi ‘un sugnu"

    NARRAZIONI PUPULARI IN PUISIA E IN PROSA

    DI ‘STU PUETA FILICISSIMU, TRAMANNATA DI

    PATRI ‘N FIGGHIU, PI TRI SECULI CONTINUATI,

    E SEMPRI FRISCA COMU ACQUA DI CANNOLU.

    di

    CALOGERO ANTONIO PINNAVAIA

    Una proposta di drammatizzazione

    sulle reali e travagliate vicende di un

    semplice intagliapietre e noto poeta.

     

    DENTRO IL TESTO

    Se la fama di Petru Fudduni è giunta fino ai tempi nostri con uguale freschezza così com’era sorta, tramandata oralmente di generazione in generazione dalla gente con cui si identificava, vuol dire che il popolo di Sicilia ha tanto amato quell’uomo, rievocando religiosamente gli aneddoti che diedero origine alle memorabili "sfide" con altri poeti estemporanei dell’isola.

    Volutamente trasandato ed abilmente grezzo per camuffare l’astuzia di una volpe, sempre disponibile all’invito di sciogliere qualsiasi dubbio, diventa ferocemente mordace quando si sente offeso nella sua dignità di poeta o semplicemente di uomo del popolo. E’ il poeta popolare tipico che non muta carattere o tenore di vita per i molti onori ricevuti o per sentirsi ammesso alla presenza di nobili e dotti. Petru Fudduni ha coscienza delle sue risorse poetiche, che gli vengono spontanee per dono di natura. Sa che molto gli potrà essere perdonato, perché poeta, e molto egli osa perché lo sa. Quindi non usa mezzi termini, dicendo liberamente "unicuique suum tribuere", incurante dei luoghi in cui si trova o delle persone a cui si rivolge: religiosi e laici che siano, nobili e plebei, accademici e poeti del volgo, i quali accettano le provocazioni con una certa bonaria condiscendenza.

    Prosa e poesia, amalgamate saggiamente in un unico contesto, offrono ai lettori un gusto completo per cogliere la vera identità del personaggio Fudduni, di carattere estroverso e di non facile interpretazione, quando s’inoltra nei tortuosi sentieri dell’ironia, con quella sagacità di uomo sicuro del suo cammino. I dialoghi mescolati alle "ottave" danno una migliore intesa dei significati e la figura di Petru Fudduni acquista maggiore luce, proiettata in una fedele scenografia d’epoca e vitalizzata dal contorno di veri personaggi maschili e femminili che, con il linguaggio popolaresco e gli atteggiamenti tipici di quel tempo, fanno assaporare il gusto di quelle antiche pietanze, prima che se ne perda il ricordo.

    Uliano Greca

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    PREFAZIONE

    Il grosso bagaglio culturale di cui la Sicilia oggi dispone è dovuto anche grazie all’apporto di personaggi popolari, come il nostro Petru Fudduni, che hanno saputo attrarre la curiosità e l’interesse non soltanto degli studiosi ma anche della gente semplice, che ha memorizzato con mirabile capacità di apprendimento gli insegnamenti dettati dal poeta, allo stesso modo degli antichi proverbi siciliani.

    Oggi, sarebbe un vero peccato non tenere in alcun conto questa consistente patrimonialità culturale, che abbiamo ereditato dai nostri avi come un vero e proprio testamento; e maggiore peccato sarebbe quello di non renderne partecipi le nuove generazioni sin dalla più tenera età.

    L’assorbimento delle tradizioni popolari della propria regione è il primo insegnamento che deve essere impartito dalla famiglia di appartenenza ai ragazzi, ancora in età prescolastica, in quanto cultura di base da trasmettere oralmente e nella forma originale, così come avveniva molti secoli addietro per i giovani greci e romani.

    Ed i migliori insegnanti sono sempre stati gli "anziani" di casa, che conservano gelosamente tutti i valori di questa antica "lingua parlata", di cui il poeta Giovanni Meli ne va fiero e ne fa ampio sfoggio nelle sue opere.

    Coloro che sono interessati a questo testo teatrale possono richiederlo al seguente indirizzo E mail : calogero.pinnavaia@neomedia.it