«Celeste Aida» di Marinella Fiume |
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La tafofobia è la paura di essere sepolti vivi ed è una delle paure ataviche, una sorta di archetipo della fobia stessa, perché significa privare l'essere umano degli elementi essenziali per la sua sopravvivenza, ossia l'aria e la luce. Una morte orrenda, la condanna a cui nell'opera di Verdi è condannato Radames e a cui, per amore, si autocondanna Aida per finire i suoi giorni insieme all'amato e decretare così il trionfo sublime e romantico di altri due archetipi: eros e thanatos. Eros e thanatos costituiscono un binomio che è uno dei topos letterari più frequentati nelle opere di ogni tempo e di ogni latitudine, anche in Celeste Aida, ultimo libro di Marinella Fiume in cui mito, storia e microstoria si intrecciano in una trama fitta di evocazioni che giocano con il lettore per deluderne le attese, per scardinarne le rassicuranti mitologie rovesciandole. L'Aida protagonista del romanzo è in effetti Iduzza, una bambina dall'infanzia rubata che non ha scelto la morte, ma che è stata soffocata dalla terra pesante che avrebbe dovuto sostenerne il passo leggero. La relazione tra Giuseppina, la madre della piccola e Giovannino, il genero, non risponde all'ineffabile romanticismo di eros e thanatos di verghiana memoria, ma è una passione molto più materialistica, immediata, abbrutita dalla solitudine e dalla sopraffazione dell'uno e dell'altro soggetto. Nessuna ariosità lirica, nessun simbolismo, ma miseria individuale e miseria collettiva, miseria materiale e miseria morale. In mezzo a questa grettezza s'incunea, involontaria, l'innocente consapevolezza di Iduzza che capisce ciò che non avrebbe voluto, né dovuto. Ed ella sarà risucchiata dall'ottusità e dalla stupidità, l'incubo d'acqua che la inghiotte nel sogno con cui si apre sapientemente la narrazione, diverrà l'incubo di terra che la seppellirà viva. Non ci sono i simbolismi a rendere più sopportabile la trama: qui è la realtà, la cronaca a travolgere e a rendere impossibile la sublimazione della letteratura. La dose si rincara nella seconda macrosequenza del romanzo quando coralmente tutti si mettono a cercare la creatura scomparsa, e solo allora tutti sembrano accorgersi del suo essere carusa, indifesa preda, cardellino nell'arena del toro. Il colore della narrazione si fa plumbeo, la suspense allenta il ritmo narrativo della ricerca concitata e infruttuosa, mentre nella prima macrosequenza il ritmo è più disteso si indugia ai bordi dell'abisso perdendosi nei sapori-odori del paese-labirinto, si amplificano le voci della quotidianità, e si sciorinano le ninne e le cantilene a mo' di esorcismi, quasi che Iduzza volesse ipnotizzare le sue paure e le minacce tremende di adulti sordidi. Ma dopo la confessione dell'assassino il registro narrativo muta ancora una volta, infatti nella terza macrosequenza è distaccato, freddo, documentaristico, il narratore si distanzia e si nasconde, 'fa parlare le carte', forse per non tradire tutto il suo disgusto di fronte la sceneggiata del processo. Una sceneggiata di regime in cui il fatto, la microstoria paesana si incastonano nello scenario più complesso della nazione, della decenza di regime. Tutto ritorna al suo posto, l'anomalia viene sanata dalla punizione esemplare del carnefice, fucilato alle spalle, e dallo scagionamento della madre che ritorna nell'ombra, punita forse dalla morte sociale e dal silenzioso esilio dalla comunità. E così giustizia è fatta e a Fiumefreddo, come in ogni altro borgo italico, si potrà continuare a dormire con le "porte aperte". Ma porte aperte su cosa? Sull'abisso dell'ignoranza atavica e dell'ipocrisia di regime. E l'infanzia, in ogni tempo e ad ogni latitudine, è fragile, indifesa ma preziosa come un'ala di farfalla. Gabriella Gullotta |
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